Reflusso Gastroesofageo: al Santa Croce il 1°intervento che spegne bruciore e insonnia per sempre
Reflusso gastroesofageo: al Santa Croce di Moncalieri una nuova speranza per i pazienti

Un piccolo impianto, un’ora di intervento e la possibilità di dire addio ai farmaci e ai disturbi che per anni hanno compromesso la qualità della vita. È questa la promessa del nuovo dispositivo chirurgico antireflusso introdotto all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, un’innovazione che sta già restituendo benessere a decine di pazienti affetti da malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) refrattaria alle cure tradizionali.
Una malattia cronica che limita la vita
La malattia da reflusso gastroesofageo è una delle patologie croniche più diffuse nel mondo occidentale: si manifesta quando il contenuto acido dello stomaco risale nell’esofago, irritandone le pareti e causando bruciore, rigurgiti acidi, dolore toracico e difficoltà digestive. Oltre al disagio fisico, la MRGE può compromettere sonno, alimentazione e relazioni sociali, riducendo sensibilmente la qualità della vita.
Secondo i dati epidemiologici, il 17% della popolazione europea soffre di questa condizione in forma cronica. Sebbene i farmaci antiacidi e le terapie comportamentali rappresentino il primo approccio terapeutico, molti pazienti non trovano beneficio duraturo, rendendo necessarie soluzioni chirurgiche personalizzate.
Il racconto di un paziente
«Non era solo un mal di stomaco, ma una sofferenza continua che condizionava ogni aspetto della mia vita – racconta Luca (nome di fantasia), paziente operato a Moncalieri –. Dopo anni di terapie inefficaci e un precedente intervento endoscopico non risolutivo, mi sono sottoposto al nuovo impianto. Oggi, a mesi dall’intervento, posso dire di aver ritrovato una vita normale: niente più sintomi, niente più farmaci, e una libertà che pensavo perduta».
La sua testimonianza è solo una delle tante che arrivano dal reparto di Chirurgia dell’ospedale Santa Croce, dove l’innovazione tecnologica si unisce all’esperienza dei medici per offrire ai pazienti nuove opportunità di cura.
Dispositivi impiantabili: la nuova frontiera della chirurgia antireflusso
Negli ultimi anni, la chirurgia del reflusso ha compiuto passi avanti significativi grazie alla ricerca sui dispositivi impiantabili. Questi strumenti sono progettati per rinforzare la barriera naturale tra stomaco ed esofago, riducendo gli episodi di reflusso senza compromettere la fisiologia digestiva.
Rispetto alle tecniche tradizionali, come la fundoplicatio, i nuovi impianti consentono una standardizzazione della procedura e una riduzione degli effetti collaterali tipici delle operazioni antireflusso: disfagia (difficoltà a deglutire), gonfiore addominale, incapacità di eruttare o vomitare.
Il dispositivo a microsfere: un successo pionieristico
Già nel 2022, l’équipe chirurgica di Moncalieri aveva introdotto un impianto ad anello di microsfere magnetiche per rinforzare lo sfintere esofageo inferiore. Si tratta di una soluzione mininvasiva e reversibile, capace di garantire ottimi risultati anche in pazienti complessi, come quelli che soffrono di reflusso post sleeve gastrectomy, condizione difficile da trattare con le tecniche tradizionali.
Tuttavia, non tutti i pazienti possono beneficiare di questo dispositivo. Chi soffre di disturbi della motilità esofagea deve essere selezionato con particolare attenzione, poiché un errato posizionamento o un uso improprio potrebbero provocare complicanze, tra cui la disfagia severa.
Il nuovo sistema in silicone: una soluzione per i casi complessi
Per i pazienti esclusi dai trattamenti convenzionali, una nuova tecnologia svedese rappresenta oggi una svolta. Si tratta di un sistema in silicone sviluppato nel 2018, che consente di ricostruire l’angolo di His, la giunzione naturale tra esofago e stomaco, tramite punti di sutura non riassorbibili. In questo modo si ripristina uno dei principali meccanismi di difesa contro il reflusso, con risultati clinici stabili nel tempo.
L’intervento, eseguito in laparoscopia, dura circa un’ora e permette al paziente di tornare alle normali attività già il giorno successivo. La procedura, oltre a essere poco invasiva, riduce drasticamente i tempi di degenza e di recupero.
