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Don Giuseppe Fusari, prete influencer: “I miei tatuaggi dedicati a Dio. Vado in palestra per salute non per vanità”


Il parroco Influencer decide di rilasciare un’ intervista inedita a Fanpage. Ascoltate cosa ha detto…

Cosa è scattato in te che ti ha fatto pensare che quella fosse la tua strada?

Mi sentivo al posto giusto. Quando ho iniziato ad avvertire questa sensazione ero in seconda media. Poi tutti gli anni del seminario mi sono serviti per capire che non era una mia fantasia, dietro c’era qualcosa di concreto.

La tua famiglia ti ha sostenuto in questa scelta?

Mio padre è rimasto un po’ spiazzato. Però penso che i genitori queste cose le intuiscano. Si vedeva che da parte mia c’era qualcosa di più del semplice andare in chiesa e servire la messa.

Prima di iniziare questo percorso religioso hai dovuto sciogliere un legame sentimentale?

No, anche perché sono partito giovanissimo. Trentaquattro anni fa erano di più quelli che entravano in seminario da giovani rispetto a quelli che intraprendevano la ricerca da adulti. Nella mia classe siamo stati ordinati in tredici e più della metà avevamo cominciato in primo superiore. Uno di noi addirittura in prima media.

Cosa ti ha dato la vita sacerdotale, che la tua vita precedente non ti dava?

Entrare in quest’ordine di vita mi ha dato tantissimo. Innanzitutto una grande apertura mentale. Gli studi che ho fatto in seminario sono stati fondamentali. Se avessi intrapreso un’altra strada, non avrei avuto questo bagaglio. Tutto quello che sono nasce da questi anni che sono stati per me una fucina per crescere.

C’è stato, invece, un aspetto più difficile da gestire?

Appena ordinato sacerdote ho avuto qualche problema di inserimento nell’oratorio. Ero una persona riflessiva, portata per lo studio e trovarmi in un ambiente come l’oratorio, per cui non ero tagliatissimo, mi ha messo un po’ alla prova. Poi si impara.

Diventare sacerdote significa anche abbracciare il celibato e rinunciare all’idea di diventare padre. Ti è pesato?

Quando si diventa un po’ più vecchi, si comincia a pensare al fatto di non diventare padre. L’idea che non avrò una famiglia, ma soprattutto dei figli, è una cosa che ritorna. Ti fa capire che cos’è la rinuncia. La rinuncia più grande è quella a qualcuno che ti seguirà. Però ho generato altro, forse per la mia esuberanza nell’impegnarmi in diverse attività. Dover rinunciare a qualcosa di così fondamentale per un uomo come avere un figlio, mi ha portato a investire la mia creatività in molte iniziative. Anche se, lo preciso, essere sacerdote resta per me il punto di partenza di tutto. Sempre.

In fondo un rapporto paterno esiste anche con la tua comunità.

Sì, in tutte le comunità dove sono stato ho visto questo rapporto di fraternità, se non di figliolanza, tra il sacerdote e le persone che gli sono state affidate. Altrimenti essere prete diventa solo la farsa di dire le cose che si devono dire. Vedere tanti confratelli che si spendono per la comunità mi dà serenità.

Rientri nella categoria dei preti influencer.

È una bella sfida. Diventare un personaggio pubblico nel mondo degli influencer non è stato facile perché io ho sempre cercato di lavorare dietro le quinte. Trovarmi davanti alla telecamera è una sfida per me. Tutte le volte mi domando: “Lo sto facendo per la mia missione o solo per me?”. Purtroppo si fa presto a rischiare di fare le cose per se stessi. Sono molto attento perché non accada. Per me significherebbe tradire ciò che ho scelto di fare. Lavoro con i social, è vero, ma non per mettermi in mostra.

Qual è lo scopo principale dei tuoi video?

Arrivare a persone che hanno accantonato la fede. Lavorare su micro concetti in grado di dare qualcosa. Sono convinto che i miei messaggi domenicali possano servire anche a una persona non credente perché portano con sé delle domande che sono di tutti gli uomini.

Sei anche uno storico dell’arte e insegnante.

Dal punto di vista cronologico non so se sia nata prima la vocazione all’arte o la vocazione a diventare prete. Forse sono nate insieme. Ho cominciato a conoscere l’arte all’interno della mia chiesa.

Spesso vieni definito “prete culturista” per via della tua passione per il bodybuilding. Ti ritrovi in questa definizione?

Culturista è un po’ troppo, mi piacerebbe di più che si dicesse che sono un prete che va in palestra. Quando ci vado non supero l’ora, perché ho tante altre cose da fare. Entro, faccio i miei esercizi, saluto e vado via. Sanno tutti che sono un prete, che mi possono sempre trovare disponibile e che in palestra non vado per perdere tempo. Tento di fare i miei esercizi al meglio perché questa è la mia formazione. Anche quando devo scrivere un articolo di storia dell’arte, devo preparare un contenuto social o la predica per la messa, parto dal principio che devo farlo al massimo delle mie possibilità. Andare in palestra mi serve per stare bene.

Quindi è una questione di salute non di vanità?

È utile soprattutto per la mia salute mentale. Lavoro molto con la testa. Non è immaginabile quanta testa ci voglia per fare il sacerdote. Quando una persona viene da te e si apre ha il diritto di avere il 100% della tua attenzione. Anche preparare le lezioni per l’università richiede uno sforzo mentale. Allora ho bisogno di un’ora di decompressione, durante la quale la mia attenzione è rivolta a qualcosa di fisico. Quando sei in panca piana e devi tirare su un peso considerevole, stai attento a non fracassarti lo sterno. Questo mi serve dal punto di vista mentale. Ma la palestra mi ha aiutato anche nella salute fisica.

In che modo?

L’anno scorso ho avuto una bruttissima lombosciatalgia. C’era la possibilità che dovessi operarmi. La mia fisioterapista mi ha detto: “Appena riesci a muoverti vai in palestra”. L’ho fatto e mi sono rimesso anche abbastanza velocemente.

I tuoi tatuaggi sono recenti o risalgono a prima che diventassi prete?

Li ho fatti recentemente. Nel 2018 se ricordo bene. Sono un’altra tappa della mia vita.

Che significato hanno per te?

Ogni tatuaggio è legato a qualcosa che riguarda questi ultimi miei anni. Sul braccio ho scritto, in ebraico, una frase del Cantico dei Cantici: “Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un tatuaggio sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore e tenace come l’inferno la gelosia”. Per me è una delle più belle perché esprime il rapporto che dovrebbe esserci tra una creatura e Dio. Sono parole meravigliose e io le ho tatuate sul cuore e sul braccio. A volte si guarda con sospetto ai tatuaggi, soprattutto se li fa un prete, ma ti assicuro che non voglio offendere nessuno. Per me è qualcosa di significativo, non li ho fatti per scimmiottare i giovani. È un modo di manifestare qualcosa che sento mio, sono dedicati a Dio. Sono convinto che anche questo sia un modo per glorificarlo.


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