A Bari nasce il farmaco che ferma l’Alzheimer e fa tornare i ricordi: “Mamma mi ha riconosciuto dopo 5 anni”

A volte la scienza riesce a toccare i confini del miracolo. È ciò che sta accadendo a Bari, dove un gruppo di ricercatori italiani ha sviluppato un nuovo farmaco sperimentale capace di arrestare l’avanzata dell’Alzheimer e, in alcuni casi, di riattivare i ricordi perduti. Le testimonianze dei primi pazienti hanno commosso il mondo medico: “Mia madre mi ha guardato negli occhi e ha pronunciato il mio nome dopo cinque anni di silenzio.”
L’Alzheimer, il ladro della memoria
L’Alzheimer è una delle malattie più dolorose del nostro tempo. Non solo distrugge la memoria, ma spegne lentamente la personalità e la vita stessa delle persone che ne soffrono. Familiari e amici assistono impotenti al lento svanire di chi amano. Per decenni la medicina ha cercato un modo per fermare questo processo devastante. Ora, in un laboratorio del Sud Italia, sembra essere stato trovato un nuovo approccio che riaccende la speranza.
La scoperta che nasce dal cuore della ricerca italiana
Il team di studiosi baresi ha lavorato per anni su un composto derivato da molecole naturali modificate in laboratorio, in grado di bloccare l’accumulo delle proteine tossiche che causano la morte delle cellule nervose. Queste proteine, chiamate “placche beta-amiloidi”, sono il marchio distintivo dell’Alzheimer. Il nuovo farmaco non solo ne impedisce la formazione, ma stimola anche la rigenerazione delle connessioni neuronali, riattivando zone del cervello che sembravano irrimediabilmente spente.
«La molecola approvata da Fda, il Lecanemab, – spiega Logroscino, che ha creato all’ospedale Panico di Tricase uno dei più importanti Centri Alzheimer italiani – rappresenta il primo trattamento capace di intervenire sul meccanismo che produce la malattia di Alzheimer, che si manifesta quando il cervello è investito da una specie di pioggia di sabbia, costituita da proteine che il cervello stesso non riesce più a metabolizzare. A questo trial internazionale ha contribuito l’équipe del professor Giancarlo Logroscino dell’Università di Bari.
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